mercoledì 14 gennaio 2009

Intervista al portavoce di Hamas

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14/01/2009



Intervista del nostro
inviato Christian Elia
al portavoce di Hamas
in Cisgiordania
Dal nostro inviato



ESCLUSIVO
PEACEREPORTER.
Ayman H. Daraghmeh, deputato di Hamas, è stato appena eletto portavoce del movimento islamico in Cisgiordania.
La nomina ha poco a che fare con la sua carriera di parlamentare del Consiglio Legislativo palestinese. Daraghmeh è uno dei pochi deputati di Hamas rimasti in libertà, visto che il suo predecessore è stato arrestato dalla polizia israeliana, nel silenzio di Fatah, il giorno prima. Lo stesso Daraghmeh, da un giorno all'altro, potrebbe seguire i suoi compagni di partito.

Se le venisse offerta una possibilità, in due parole, come spiegherebbe il movimento di Hamas?
Hamas è un movimento di resistenza, che lotta per ottenere la libertà nell'ambito della legge internazionale.
La legge internazionale che vuole per lo stato indipendente di Palestina i confini del 1967, Gerusalemme capitale, il rilascio dei prigionieri politici e il ritorno dei profughi.
Storicamente la Palestina è dei palestinesi, ma noi a queste condizioni accettiamo un compromesso con la politica.
Riconoscere l'esistenza di Israele? Lo decideranno i palestinesi, ma già da tempo i leader di Hamas si sono detti pronti a rivedere le posizioni del passato se i diritti dei palestinesi verranno rispettati.

Dovremmo parlare di politica e di democrazia, ma è difficile in queste condizioni. Ancora un parlamentare palestinese arrestato, sono 45 i deputati in carcere.
Noi abbiamo cominciato il nostro processo democratico nel 2006, nell'ambito di elezioni che tutta la comunità internazionale ha valutato valide. L'ex presidente statunitense Carter le ha definite una delle migliori tornate elettorali nel mondo, in quanto a trasparenza.
Solo Israele non ha gradito il risultato, boicottando il risultato delle urne e dando il via alla violazione del rispetto della sovranità popolare palestinese.
Perché a loro non piacciamo, perché il risultato non era buono per Olmert o per Condolezza Rice. Allora cos'è questa democrazia? I palestinesi hanno eletto i loro deputati, nessuno può ritenere che questi non vadano bene. Eppure nessuno ha imposto a Israele di rispettare le nostre elezioni. Nessuno. Come nessuno chiede a Israele di rispettare le risoluzioni dell'Onu, i confini del 1967 o lo status di Gerusalemme. Nessuno. Israele viola apertamente il diritto internazionale e pretende di parlare di processo di pace mentre manipola la situazione sul terreno, cambiando le carte in tavola a suo favore. Le faccio un esempio: dopo gli accordi di Oslo del 1993, da tanti salutati come un passo verso la pace, Israele ha permesso l'insediamento di mezzo milione di coloni in Cisgiordania.
Questa non è pace.
Non è pace costruire un muro.
Loro dicono che è per la loro sicurezza, ma lo costruiscono sulla nostra terra. Lo stesso accade per le risorse naturali, l'acqua in particolare. Il popolo palestinese è tenuto in carcere.
Si, in queste condizioni si fa fatica a parlare di democrazia. Soprattutto ora, considerando il massacro di Gaza, dove civili innocenti vengono uccisi senza colpa. E la comunità internazionale non muove un dito.
Com'è accaduto sempre, anche durante la Seconda Intifada.
Israele non vuole la pace.
Tutto qui.
Perché Israele non è una democrazia.


In questi giorni, raccogliendo le testimonianze di tanti palestinesi, non si capisce però, vista la situazione internazionali, per quale motivo lanciando i razzi verso le cittadine israeliane voi continuate a offrire un pretesto per operazioni come quella di Gaza.
La questione ruota attorno all'accordo della Mecca. Con il sostegno popolare abbiamo accettato una tregua, per permettere alla popolazione civile di Gaza di migliorare le loro condizioni di vita.
L'accordo prevedeva, in cambio della sospensione degli attacchi contro Israele, l'apertura effettiva dei valichi di Gaza, perché potessero entrare generi di prima necessità per i civili.
In cambio di queste garanzie avremmo sospeso il lancio dei razzi. Il governo israeliano ha violato questo accordo, tenendo sigillata la Striscia di Gaza, portando la popolazione civile allo stremo. E continuando anche gli attacchi contro i civili.
Lo stesso in Cisgiordania.
Non usiamo i razzi perché siamo costretti a farlo per combattere l'assedio e l'occupazione.
Bush, quando è stato eletto, aveva promesso che non avrebbe lasciato la Casa Bianca senza portare la pace in questa regione.
Fosse stato vero, fosse nato lo stato di Palestina, non avremmo bisogno di nessun razzo, mi creda.
Avremmo offerto a Bush la presidenza onoraria della Palestina! Se hanno tutta questa propensione alla pace, e si lamentano dei nostri razzi, non si capisce perché hanno riempito di armi le forze di sicurezza palestinesi, quelle vicine a Fatah, armi che sono state usate contro di Hamas in Cisgiordania.
Questa è pace? No, questo è un accordo con la parte dei palestinesi che fa comodo a Israele, ma che non rappresenta la popolazione civile palestinese. Io credo che sia sempre più evidente il progetto che spesso è trapelato dalla diplomazia israeliana: la Striscia di Gaza annessa all'Egitto e la Cisgiordania annessa al reame di Amman. Noi ci opponiamo a questo disegno.

Quali sono adesso le relazioni tra Hamas e Fatah?
La realtà la conoscono tutti, anche se in tanti tentano di mistificarla. Hamas ha subito un colpo di Stato da parte di Fatah.
L'amministrazione Bush e Israele sono responsabili di quello che è accaduto. Ci sono le prove del sostegno dato a Fatah per rovesciare il risultato delle urne a nostro danno.
In un altro contesto si dovrebbe andare in tribunale perché i responsabili vengano puniti. Invece il colpo di Stato è avvenuto, dividendo la popolazione e stringendo l'assedio a Gaza. Adesso la situazione è quella che conosciamo tutti e i contatti sono quotidiani.
Non è facile, perché le pressioni internazionali non agevolano un accordo, ma almeno a Gaza si è ripreso il dialogo tra noi e Fatah, visto che non sono pochi i combattenti di Fatah che si sono uniti alla resistenza.
Le divisioni politiche vanno messe in secondo piano, perché la nostra gente ci chiede di fermare questo massacro. Non condividerò mai la visione politica di Abbas, tutta appiattita sulla linea egiziana, quindi più interessata alle priorità occidentali che a quelle palestinesi, ma serve una tregua per la popolazione civile. Adesso questa è la priorità e Fatah e Hamas lo sanno.

Crede che senza il controllo capillare esercitato in questi giorni da Fatah in Cisgiordania ci sarebbe stata una sollevazione generale? Sarebbe cominciata la Terza Intifada?
Non lo so, perché alla gente in Cisgiordania è stato negato il diritto di dimostrare liberamente. Solo poche persone, molto controllate.
Tanti sono stati arrestati e minacciati, addirittura sono stati utilizzati gas lacrimogeni contro le manifestazioni di solidarietà alla popolazione civile di Gaza. Ma non potrà durare a lungo.
Se continua questo massacro, la popolazione si solleverà. Anche contro Fatah.

Cosa pensa delle dichiarazioni di alcuni leader del suo partito rispetto al mandato presidenziale di Abbas?
E' ancora il suo presidente, o ritiene esaurito il mandato?
Come ho detto fino a questo momento non è questo il punto della questione. Il suo mandato è scaduto, ma lui si ostina a rimanere.
Penso però che abbiamo cose più urgenti delle quali occuparci ora.

Cosa accadrà adesso? La Striscia di Gaza è a pezzi, mille morti e migliaia di feriti. Cosa pensate di fare a Gaza e in Cisgiordania?
La situazione è drammatica.
La popolazione palestinese continua a vivere in una condizione disumana, come un popolo prigioniero, la cui esistenza è scandita dai check - point israeliani.
Credo che, prima o poi, si arriverà a una nuova tregua. Il presidente Abbas lavora per questo, per sospendere gli attacchi e per alleviare le condizioni della popolazione.
Ma nel lungo periodo non ho grandi aspettative, perché non condivido l'entusiasmo di molti per l'elezione di Obama negli Stati Uniti.
Potrà cambiare qualcosa in Iraq, ma in Palestina l'atteggiamento Usa resterà lo stesso. Un giorno, ne sono certo, anche se non so quando, avremo l'indipendenza, e allora nessuno parlerà più di razzi.

Christian Elia





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14/01/2009
La nave pacifista 'Spirit of Humanity' in viaggio verso Gaza


A bordo sono presenti medici, giornalisti e attivisti per la tutela dei dirittti umani
Alle 10.30 di questa mattina la nave 'Spirit of Humanity' del Free Gaza Movement (Fgm) è salpata da Larnaca, sulla costa meridionale di Cipro.

Senza badare alle minacce di intercettazione da parte israeliana, i passeggeri, tra cui anche diversi medici e giornalisti, sono diretti a Gaza per portare assistenza alla popolazione.
"Lo stato di Israele è obbligato a proteggere la popolazione di cui occupa il territorio" afferma Huwaida Arraf, capo della delegazione diretta a Gaza.
"Ma poiché Israele continua a violare quest'obbligo, noi continueremo a fare tutto il possibile per riuscire a consegnare medicine e cibo, e a trasportare personale medico, giornalisti e persone che si occupano della tutela dei diritti umani, per avere quante più testimonianze possibili della devastazione di cui Israele è artefice".
I medici a bordo della 'Spirit of Humanity' sono tre in tutto e la loro presenza dovrebbe riuscire ad alleggerire almeno parzialmente il carico di lavoro dell'ospedale di Gaza, le cui risorse non sono sufficienti per far fronte a un'emergenza di tale entità.
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La "Spirit of Humanity" parte da Cipro. La stessa missione era stata bloccata dalla marina israeliana il 30 dicembre
Una nave di pacifisti carica di aiuti
fa rotta verso la Striscia assediata
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CIPRO - I pacifisti del Free Gaza Movement ci riprovano. Oggi è partita da Larnaca, Cipro, la nave Spirit of Humanity, carica di aiuti umanitari e con a bordo medici, giornalisti, operatori umanitari e parlamentari europei che tenterà di aggirare il blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza via mare. Un tentativo che già una volta, il 30 dicembre, è stato impedito dalle autorità israeliane.

A tre giorni dall'inizio dell'attacco alla Striscia, la nave Dignity era stata speronata dalle imbarcazioni militari della Marina israeliana ed era dovuta riparare a Tiro, in Libano, scortata da navi della missione Onu Unifil e da quelle della marina libanese. In quell'occasione il ministero degli Esteri israeliano aveva spiegato che l'intervento - descritto dagli attivisti come "molto violento" - era motivato dal fatto che la nave era piena di giornalisti (era a bordo anche una troupe della tv araba Al Jazeera) e la sua missione costituiva un "atto di provocazione e propaganda".

Fra agosto e dicembre 2008, il Free Gaza Movement aveva già sfidato con successo il blocco israeliano cinque volte, consegnando la prima spedizione internazionale nel porto di Gaza dal 1967.


In Libano la nave è stata riparata e oggi è salpata nuovamente.

Le motivazioni della missioni sono spiegate da Huwaida Arraf, co-organizzatore del Free Gaza Movement con l'urgenza della situazione umanitaria della popolazione di Gaza: "Non possiamo solo sederci ed aspettare che Israele decida di interrompere le uccisioni e di aprire i confini affinché gli operatori umanitari possano intervenire. Noi stiamo arrivando. Visto che gli Stati e gli organismi internazionali responsabili nell'arrestare tali atrocità hanno scelto di essere impotenti, allora noi - i cittadini del mondo - dobbiamo agire. La nostra comune umanità comune non richiede niente di meno."

I pacifisti hanno comunicato alle autorità israeliane la nuova missione: " La nostra imbarcazione batterà bandiera greca e ricadrà nell'ambito della giurisdizione della Grecia - si legge nel comunicato alle autorità israeliane - Navigheremo dalle acque cipriote in acque internazionali, poi direttamente nelle acque territoriali della striscia di Gaza senza penetrare o avvicinarsi alle acque territoriali israeliane. Contiamo di arrivare al porto di Gaza martedì 13 gennaio 2009. Trasporteremo
rifornimenti medici urgenti necessari in imballi sigillati confezionati all'aeroporto internazionale di Larnaca ed al porto di Larnaca. Ci saranno a bordo 30 persone fra passeggeri ed equipaggio, fra loro membri di vari Parlamenti Europei e vari medici".

Una nave dall'Iran
Una nave iraniana con aiuti umanitari per la popolazione si sta intanto avvicinando alla Striscia di Gaza, secondo quanto ha annunciato oggi Teheran. "Una nostra nave è passata per Port Said (in Egitto, ndr) e ora si sta dirigendo verso Gaza", ha detto Hassan Qahqavi, il portavoce del ministero degli Esteri, senza precisare come l'unità potrà attraccare con i combattimenti in corso. Qashqavi ha aggiunto che l'Iran intende inviare aiuti anche via aereo e ha sottolineato che un velivolo cargo è già atterrato, presumibilmente in Egitto.

(12 gennaio 2009)

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